Capitolo 8 - Al Consolato!
22 giugno 2017
Consolato Americano, Milano.
Premetto che odio prendere il treno: correre alla ricerca del binario, i regionali senza aria condizionata, la gente che corre e ti spintona, altra gente con un bagaglio grande quanto la Patagonia che ti finisce proprio sul tuo piede, i cambi di orario o di binario, le coincidenze... insomma, il mio ideale di inferno.
Ma raccontiamo bene com'è andata.
Mi sveglio alle 6 e qualcosa del mattino. Non era voluto (per me è paragonabile alla notte fonda) ma ho avuto un sogno strano che unito alla fame mi ha svegliato. Poco male, mi sveglio, mangio e mi metto a leggere con calma un fumetto, dopo di che io e mio padre ci apprestiamo a raggiungere Cesena. Prendiamo i biglietti Cesena-Bologna Centrale e andiamo nel bar accanto a fare una seconda colazione (che c'è? La colazione è il pasto più importante della giornata). Ci mettemmo a sedere davanti a una vetrata da cui si vedevano gli studenti di due licei accalcati davanti alle loro scuole per continuare l'esame. Al solo pensarci mi viene ansia...
Arrivammo a Bologna sani e salvi, dopo un'oretta di Linkin Park, e mi ritrovai con un'altra ragazza del mio centro locale e prendemmo il Frecciarossa verso Milano.
Un viaggio tranquillo e veloce senza spostamenti o casini vari grazie a dio.
Giunti finalmente a Milano, prendemmo la metropolitana per scendere al Duomo.
E lì mi presi un po' di tempo per fare la turista e fotografare la splendida cattedrale gotica. Poi un giro dentro la Galleria, al cui interno c'erano negozi poco poco conosciuti e costosi; ho adorato lo stile barocco delle decorazioni alle pareti, il pavimento a mosaico e il soffitto a volta di vetro.
Dopo un pranzo veloce, andammo questo benedetto consolato.
Fuori c'erano due guardie armate e sotto una tettoia una dozzina e poco più di altri ragazzi di Intercultura.
E nessuno di loro sapeva cosa avremmo fatto là dentro. Ottimo.
Ci fecero mettere in fila in gruppi da sei fuori dalla porta d'ingresso, controllarono le nostre carte d'identità e uno alla volta ci fecero entrare.
Un'altra guardia mi chiese di dargli il passaporto e di mettere tutto il resto in una cesta di plastica che sarebbe passata su un nastro in una di quelle macchine che usano in aereoporto per controllare i bagagli. Notando che avevo messo nel cesto solo la carta d'identità e cinque euro in monete (in caso le foto che gli avevo inviato non andassero bene) mi chiese: <Non hai altro?>.
Feci "no" con la testa.
<Nelle tasche?>.
Avevo dei leggings e avevo lasciato la borsa a mio padre, che era rimasto fuori.
Risposi semplicemente: <Ho i leggings. Niente tasche>.
<Ma come?> ha detto la guardia ridendo. <Una signorina senza tasche, senza niente?>.
<Avevano detto che dentro non si porta niente e io non ho portato niente!> ho risposto.
Devo dire che questo scambio di battute mi ha rilassato. Vedere tutte quelle guardie in divisa e armate mi aveva messo un po' d'ansia.
Mi misi in fila insieme alla povera ragazza che ha dovuto sopportare me e mio padre per tutto il viaggio e a un'altra che proveniva da Parma e ci dissero di prendere l'ascensore fino al settimo piano.
Eravamo tutte e tre in ansia, non sapevamo cosa dovevamo fare né con chi parlare.
Si aprirono le porte. E ci ritrovammo davanti alle poste, solo con delle bandiere americane.
Gente che aspettava su sedie di plastica, un distributore di biglietti e un tabellone che annunciava con un trillo che numero serviva e a che sportello.
C'era solo una guardia armata e ci disse di prendere un solo numero e che avremmo fatto tutto in gruppo.
E non ci volle molto.
Sportello 4: firmare il rilascio del visto e lasciargli il passaporto.
Sportello 3: presa delle impronte digitali.
Sportello 1 (sì, hanno saltato il 2): "intervista" in inglese.
Era la parte che mi spaventava di più, e invece ci parlò una tranquilla signora sulla sessantina, che ogni volta che ci chiedeva qualcosa ce la traduceva anche! Meglio di così non si poteva.
In ordine ci chiese: siete già state in america? (No), Sapete dove andrete? (No), Quando avrete informazioni sulla partenza? (28 luglio, e sì, abbiamo risposto in italiano).
Ci diedero i documenti firmati e approvati e una fotocopia del nostro passaporto, dicendoci di consegnarli alla volontaria di intercultura che ci aspettava di fuori.
Fine.
E io che pensavo sarebbe stata chissà quale tragedia greca.
Rimanemmo a chiacchierare un po' con le volontarie, poi andammo a brindare la riuscita di questa missione con un caffè freddo shackerato.
Tornai a casa verso le otto e mezza (il treno verso Bologna in ritardo, ovviamente), stanca ma soddisfatta, sapendo che ora il mio unico pensiero era aspettare l'annuncio della famiglia.
Ah, le ultime parole famose. Perché oggi (23 giugno) mi è sì arrivata una mail di intercultura, ma non sulla famiglia. Era l'ennesima informativa medica da far firmare al proprio dottore.
Che fatica fare l'exchange student...
Qui chiudo, ci vediamo quando saprò la famiglia, alla prossima ragazzi! 👋
Consolato Americano, Milano.
Premetto che odio prendere il treno: correre alla ricerca del binario, i regionali senza aria condizionata, la gente che corre e ti spintona, altra gente con un bagaglio grande quanto la Patagonia che ti finisce proprio sul tuo piede, i cambi di orario o di binario, le coincidenze... insomma, il mio ideale di inferno.
Ma raccontiamo bene com'è andata.
Mi sveglio alle 6 e qualcosa del mattino. Non era voluto (per me è paragonabile alla notte fonda) ma ho avuto un sogno strano che unito alla fame mi ha svegliato. Poco male, mi sveglio, mangio e mi metto a leggere con calma un fumetto, dopo di che io e mio padre ci apprestiamo a raggiungere Cesena. Prendiamo i biglietti Cesena-Bologna Centrale e andiamo nel bar accanto a fare una seconda colazione (che c'è? La colazione è il pasto più importante della giornata). Ci mettemmo a sedere davanti a una vetrata da cui si vedevano gli studenti di due licei accalcati davanti alle loro scuole per continuare l'esame. Al solo pensarci mi viene ansia...
Arrivammo a Bologna sani e salvi, dopo un'oretta di Linkin Park, e mi ritrovai con un'altra ragazza del mio centro locale e prendemmo il Frecciarossa verso Milano.
Un viaggio tranquillo e veloce senza spostamenti o casini vari grazie a dio.
Giunti finalmente a Milano, prendemmo la metropolitana per scendere al Duomo.
E lì mi presi un po' di tempo per fare la turista e fotografare la splendida cattedrale gotica. Poi un giro dentro la Galleria, al cui interno c'erano negozi poco poco conosciuti e costosi; ho adorato lo stile barocco delle decorazioni alle pareti, il pavimento a mosaico e il soffitto a volta di vetro.
Dopo un pranzo veloce, andammo questo benedetto consolato.
Fuori c'erano due guardie armate e sotto una tettoia una dozzina e poco più di altri ragazzi di Intercultura.
E nessuno di loro sapeva cosa avremmo fatto là dentro. Ottimo.
Ci fecero mettere in fila in gruppi da sei fuori dalla porta d'ingresso, controllarono le nostre carte d'identità e uno alla volta ci fecero entrare.
Un'altra guardia mi chiese di dargli il passaporto e di mettere tutto il resto in una cesta di plastica che sarebbe passata su un nastro in una di quelle macchine che usano in aereoporto per controllare i bagagli. Notando che avevo messo nel cesto solo la carta d'identità e cinque euro in monete (in caso le foto che gli avevo inviato non andassero bene) mi chiese: <Non hai altro?>.
Feci "no" con la testa.
<Nelle tasche?>.
Avevo dei leggings e avevo lasciato la borsa a mio padre, che era rimasto fuori.
Risposi semplicemente: <Ho i leggings. Niente tasche>.
<Ma come?> ha detto la guardia ridendo. <Una signorina senza tasche, senza niente?>.
<Avevano detto che dentro non si porta niente e io non ho portato niente!> ho risposto.
Devo dire che questo scambio di battute mi ha rilassato. Vedere tutte quelle guardie in divisa e armate mi aveva messo un po' d'ansia.
Mi misi in fila insieme alla povera ragazza che ha dovuto sopportare me e mio padre per tutto il viaggio e a un'altra che proveniva da Parma e ci dissero di prendere l'ascensore fino al settimo piano.
Eravamo tutte e tre in ansia, non sapevamo cosa dovevamo fare né con chi parlare.
Si aprirono le porte. E ci ritrovammo davanti alle poste, solo con delle bandiere americane.
Gente che aspettava su sedie di plastica, un distributore di biglietti e un tabellone che annunciava con un trillo che numero serviva e a che sportello.
C'era solo una guardia armata e ci disse di prendere un solo numero e che avremmo fatto tutto in gruppo.
E non ci volle molto.
Sportello 4: firmare il rilascio del visto e lasciargli il passaporto.
Sportello 3: presa delle impronte digitali.
Sportello 1 (sì, hanno saltato il 2): "intervista" in inglese.
Era la parte che mi spaventava di più, e invece ci parlò una tranquilla signora sulla sessantina, che ogni volta che ci chiedeva qualcosa ce la traduceva anche! Meglio di così non si poteva.
In ordine ci chiese: siete già state in america? (No), Sapete dove andrete? (No), Quando avrete informazioni sulla partenza? (28 luglio, e sì, abbiamo risposto in italiano).
Ci diedero i documenti firmati e approvati e una fotocopia del nostro passaporto, dicendoci di consegnarli alla volontaria di intercultura che ci aspettava di fuori.
Fine.
E io che pensavo sarebbe stata chissà quale tragedia greca.
Rimanemmo a chiacchierare un po' con le volontarie, poi andammo a brindare la riuscita di questa missione con un caffè freddo shackerato.
Tornai a casa verso le otto e mezza (il treno verso Bologna in ritardo, ovviamente), stanca ma soddisfatta, sapendo che ora il mio unico pensiero era aspettare l'annuncio della famiglia.
Ah, le ultime parole famose. Perché oggi (23 giugno) mi è sì arrivata una mail di intercultura, ma non sulla famiglia. Era l'ennesima informativa medica da far firmare al proprio dottore.
Che fatica fare l'exchange student...
Qui chiudo, ci vediamo quando saprò la famiglia, alla prossima ragazzi! 👋
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