Capitolo 1 - Mi presento
Mi chiamo Sofia, ho sedici anni,
e qui scriverò ogni volta che posso quello cosa mi succederà, perché sto per
vivere quella che, come dicono molti, è un’esperienza che ti cambierà: andrò un
anno all'estero, negli Stati Uniti d’America; al momento non so ancora lo
stato, ne la famiglia che mi ospiterà, ma cercherò di far passare questa attesa
(quasi snervante), scrivendo cosa penso, cosa provo e, chissà, forse qualche
consiglio per chi vuole diventare un exchage
student.
L’idea di andare fuori dall'Italia è cominciata diversi anni fa, quando avevo circa 11 anni e avevo iniziato da
poco la prima media, mio padre mi promise che sarei andata in America, per un
tempo non meglio determinato, avrei studiato là, imparato l’inglese e tante
altre cose.
Appena me lo disse, uscii di testa.
In America?! Che figo! Sarà come in “Ned, scuola di sopravvivenza”!
E questo pensiero, il poter partire, andare oltre la mia regione (visto che l'unico stato estero che avevo mai visitato al tempo era San Marino) è rimasto con me nei cinque anni successivi.
Ogni tanto ritiravo fuori questa promessa, facendo domande e sparando sentenze che col senno di poi erano una vera cavolata.
Ma non si era realizzato niente. Papà non ripeté più la frase <Un giorno andrai in America>, forse perché si era reso conto del danno che aveva fatto promettendo una cosa simile a una pre-adolescente che si esaltava per niente.
Cercate di immedesimarvi in quel pover uomo, che ogni sera dopo il lavoro, dovette sopportarsi per settimane gli interrogatori e le domande sconnesse di una figlia esagitata… (Scusa, babbo, mi rendo conto solo ora di quanto dovevo essere stressante. E scusa mamma se ti ho chiesto diverse volte se si poteva tirare fuori la valigia dalla cantina per "prepararmi in anticipo”, sei una santa).
Facciamo un salto temporale.
Inizio ottobre del 2016, da poco iniziata la terza superiore allo scienze umane dopo una traumatizzante seconda. Non ricordo neanche come lo venni a sapere (se per circolare o per i poster che hanno appeso in quel periodo nei corridoi), ciò che ricordo è la mia mente che elimina qualsiasi altro pensiero e una frase impossibile da ignorare:
“DEVO ANDARE ALL’INCONTRO DI INTERCULTURA DELLA MIA SCUOLA!”.
E ovviamente lo mancai c:
Di circa due ore. Perché lo stesso giorno avevo il primo incontro di teatro, ma tranquilli la mia smemoratezza e incapacità di organizzare gli appuntamenti non ha messo fine alla mia storia.
Mi sono informata e andai con mio padre all'incontro di un’altra scuola.
E qui dovete immaginarvi i miei occhi che diventano grandi come vassoi mentre sentivo quelle storie, mentre mi veniva data quella possibilità.
Era deciso. Volevo andare.
Poi ho visto i prezzi. Azz…
Pensai subito che i miei genitori avrebbero avuto da ridire, perché i paesi che mi interessavano di più erano anche i più cari, quindi mi misi a cercare una soluzione alternativa.
Stavo scaricando il dépliant sul passare tre mesi all'estero (il minino che potevo accettare), quando mio padre disse: <<No, no. Qui o si fa bene o non si va da nessuna parte. Tu vai un anno>>.
E fu con questa frase che mi iscrissi e passai dei mesi a stampare documenti, firmare documenti, scannerizzare documenti, inviare documenti, avvisare la scuola, scrivere lettere, fare test di idoneità, registrare audio, fare colloqui, fare visite mediche, prenotare vaccini e fare il passaporto. Non necessariamente in quest’ordine.
Diciamo che se arrivi alla fine di tutto questo delirio di pratiche vuol dire che sei davvero deciso a partire.
Ora mi trovo alla fine della parte più noiosa. Ora devo solo aspettare il mese di maggio, quando farò degli incontri con gli altri ragazzi della zona che partono, la famigerata mail che mi dirà quando partirò e dove starò, poi la fine del mio terzo anno di liceo e potermi finalmente godere due mesi di totale delirio con le mie migliori amiche prima di partire.
Appena me lo disse, uscii di testa.
In America?! Che figo! Sarà come in “Ned, scuola di sopravvivenza”!
E questo pensiero, il poter partire, andare oltre la mia regione (visto che l'unico stato estero che avevo mai visitato al tempo era San Marino) è rimasto con me nei cinque anni successivi.
Ogni tanto ritiravo fuori questa promessa, facendo domande e sparando sentenze che col senno di poi erano una vera cavolata.
Ma non si era realizzato niente. Papà non ripeté più la frase <Un giorno andrai in America>, forse perché si era reso conto del danno che aveva fatto promettendo una cosa simile a una pre-adolescente che si esaltava per niente.
Cercate di immedesimarvi in quel pover uomo, che ogni sera dopo il lavoro, dovette sopportarsi per settimane gli interrogatori e le domande sconnesse di una figlia esagitata… (Scusa, babbo, mi rendo conto solo ora di quanto dovevo essere stressante. E scusa mamma se ti ho chiesto diverse volte se si poteva tirare fuori la valigia dalla cantina per "prepararmi in anticipo”, sei una santa).
Facciamo un salto temporale.
Inizio ottobre del 2016, da poco iniziata la terza superiore allo scienze umane dopo una traumatizzante seconda. Non ricordo neanche come lo venni a sapere (se per circolare o per i poster che hanno appeso in quel periodo nei corridoi), ciò che ricordo è la mia mente che elimina qualsiasi altro pensiero e una frase impossibile da ignorare:
“DEVO ANDARE ALL’INCONTRO DI INTERCULTURA DELLA MIA SCUOLA!”.
E ovviamente lo mancai c:
Di circa due ore. Perché lo stesso giorno avevo il primo incontro di teatro, ma tranquilli la mia smemoratezza e incapacità di organizzare gli appuntamenti non ha messo fine alla mia storia.
Mi sono informata e andai con mio padre all'incontro di un’altra scuola.
E qui dovete immaginarvi i miei occhi che diventano grandi come vassoi mentre sentivo quelle storie, mentre mi veniva data quella possibilità.
Era deciso. Volevo andare.
Poi ho visto i prezzi. Azz…
Pensai subito che i miei genitori avrebbero avuto da ridire, perché i paesi che mi interessavano di più erano anche i più cari, quindi mi misi a cercare una soluzione alternativa.
Stavo scaricando il dépliant sul passare tre mesi all'estero (il minino che potevo accettare), quando mio padre disse: <<No, no. Qui o si fa bene o non si va da nessuna parte. Tu vai un anno>>.
E fu con questa frase che mi iscrissi e passai dei mesi a stampare documenti, firmare documenti, scannerizzare documenti, inviare documenti, avvisare la scuola, scrivere lettere, fare test di idoneità, registrare audio, fare colloqui, fare visite mediche, prenotare vaccini e fare il passaporto. Non necessariamente in quest’ordine.
Diciamo che se arrivi alla fine di tutto questo delirio di pratiche vuol dire che sei davvero deciso a partire.
Ora mi trovo alla fine della parte più noiosa. Ora devo solo aspettare il mese di maggio, quando farò degli incontri con gli altri ragazzi della zona che partono, la famigerata mail che mi dirà quando partirò e dove starò, poi la fine del mio terzo anno di liceo e potermi finalmente godere due mesi di totale delirio con le mie migliori amiche prima di partire.
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